Astrologia e Fisica

Astrologia e Fisica

Una astrologia quantistica

§ 1. Introduzione.

Quando ho letto per la prima volta del fenomeno dell’entanglement tra particelle elementari ho subito pensato all’astrologia. L’entanglement in fisica quantistica sta a indicare la sincronia, piuttosto misteriosa in verità, delle singole particelle tra di loro: quando esse sono presenti nello stesso sistema quantistico rimangono poi sempre correlate, indipendentemente dalla distanza che le divide. Visto che in astrologia abbiamo a che fare quotidianamente con la sincronia degli astri con gli eventi terrestri, mi sembrava plausibile che ci potesse essere una connessione tra le due discipline, che l’infinitamente grande dell’astrologia e l’infinitamente piccolo della fisica quantistica in qualche modo coincidessero. E’ vero, niente di più lontano in apparenza, ma la suggestione di questa connessione sottile dopo tanto tempo per me continua a rimanere viva. Mi sono proposto quindi di descrivere il fenomeno dell’entanglement a chi non lo conoscesse, e di ipotizzare alcune possibili connessioni o consonanze tra il funzionamento dell’astrologia e quello della meccanica quantistica. Si tratta di collegamenti meno astrusi di quanto si potrebbe pensare, in quanto ai loro albori astrologia e fisica non erano affatto così distanti come lo sono oggi. Tolomeo, considerato uno dei più importanti astrologi della storia se non il più importante in assoluto, aveva fondato il suo sistema sulla fisica aristotelica, e in questo senso gli astri influenzavano in maniera fisica la vita e gli eventi umani. Ogni astro era formato dai quattro elementi di base (Aria, Acqua, Fuoco e Terra) e passando in determinate posizioni del tema poteva influenzare l’essere umano, formato da questi stessi elementi: ad esempio il Sole in posizione importante avrebbe scaldato e reso secchi, Saturno raffreddato eccetera, con risvolti sia per il corpo che per la psiche. Per gli stoici gli astri erano sia portatori di un’influenza fisica sia simboli dell’heimarmene, l’ordine profondo e divino del Cosmo. Anche se altri filosofi negarono l’influenza fisica degli astri sull’uomo- primo fra tutti Plotino- non vi fu un vero divorzio tra astrologia e fisica prima dell’età dei Lumi, con le scoperte di Galileo e Newton e il vertiginoso sviluppo della scienza. Ma la scienza attuale è completamente diversa dalla scienza dell’Ottocento, e soprattutto è interamente cambiata la visione della materia e della sua natura. Questo potrebbe offrire la possibilità di un riavvicinamento tra astrologia e scienza che fino a pochi decenni fa era totalmente impensabile. Nel Novecento invece la nuova astrologia psicologica ha basato la sua ragion d’essere sul concetto di sincronicità di Jung. Secondo questa concezione l’archetipo, presente ovunque, base e sostanza della vita psichica dell’individuo, sarebbe in grado di “coordinare” eventi terrestri e celesti dotati della stessa unità di “senso”. Resta il dubbio se questa concezione fosse davvero presente nell’ambito della psicologia di Jung oppure no, e quanto sia assimilabile alla misteriosa sincronia tra le singole particelle, l’entanglement.

§ 2. La sincronicità.

Jung ha elaborato il suo concetto di sincronicità cercando di dare una spiegazione alle cosiddette coincidenze significative, che sembrano unite tra di loro da un principio di senso. La causalità non ci aiuta a spiegarle né tantomeno a comprenderle. Cerchiamo di seguire passo per passo il suo ragionamento. Jung espone questo esempio, che ripropone il tema del “pesce” per diverse volte nell’arco di nemmeno 24 ore. E’ il “1 aprile 1949. Oggi è venerdì. Abbiamo pesce a pranzo. Tutti ricordano en passant l’uso del “pesce d’aprile”. Nel corso della mattinata avevo annotata un iscrizione: “Est homo totus medius piscis ab imo”. Al pomeriggio un ex paziente che non vedevo da mesi mi mostra alcuni quadri singolarmente suggestivi di pesci, che ha dipinto nel frattempo. Alla sera mi mostrano un ricamo che rappresenta mostri marini in forma di pesce. Il 2 aprile, al mattino presto, un ex-paziente che non vedevo da parecchi anni mi racconta un sogno nel quale, trovandosi sulla sponda di un lago, scorge un grosso pesce che nuota decisamente alla sua volta e “approda”, per così dire, ai suoi piedi. In questo periodo sono occupato da una ricerca che ha per tema il simbolo storico del pesce .” Ma non finisce qui, perché appena completate queste frasi, Jung- lo riporta lui stesso- si imbatte sulle rive del lago di Zurigo in un grosso pesce spiaggiato, che la sera prima non c’era. Queste coincidenze non sono frequentissime ma neppure tanto rare. Ne riporto una che viene dalla mia vita personale. Quando ho acquistato la mia casa era il 10 di ottobre, il decimo mese dell’anno; la firma sull’atto di acquisto è stata messa alle ore dieci. E l’appartamento si trova all’interno dieci. La ricorrenza di questo numero mi ha colpito a maggior ragione, visto che il dieci è simbolo di pienezza e perfezione e, in astrologia, di emancipazione e realizzazione personale. Altri esempi riportati da Jung sono forse meno eclatanti e più legati a una interpretazione simbolica degli eventi. Su tutti quello della donna colpita dal fatto che, ogni volta che un suo familiare moriva, si radunava un grande numero di uccelli davanti alla finestra del moribondo. La cosa era successa alla morte e della madre e della nonna e poi di nuovo del marito, all’epoca paziente di Jung. Questo non ci direbbe molto se non fossimo a conoscenza del significato mantico tradizionale dello stormo di uccelli e del loro legame con la morte. In questo caso due o più eventi sono legati tra loro dal loro significato simbolico. In un ulteriore esempio Jung racconta di quando, mentre una sua paziente gli parlava di un sogno nel quale riceveva in dono uno scarabeo d’oro, uno scarabeo in carne ed ossa “bussò” alla finestra come se volesse entrare, in quel momento nella stanza: un fatto quanto mai raro ed inspiegabile. Anche in questo caso il fattore simbolico è molto forte, perché lo scarabeo è un simbolo tradizionale di rinascita, e la paziente per altro stava attraversando un momento decisivo della sua cura. Da quanto riportato risulterà forse chiaro quello che intende Jung per “sincronicità”. Essa significa “la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi esterni che paiono paralleli significativi della condizione momentaneamente soggettiva ”. Successivamente, lo psicologo svizzero descrive la sincronicità come “la risultante di due fattori: un’immagine inconscia direttamente (letteralmente) o indirettamente (simboleggiata o accennata) alla coscienza […]” e “un dato di fatto obiettivo coincide con questo contenuto ”. La sincronicità si distingue dal semplice sincronismo perché alla successione di eventi viene riconosciuto un senso simbolico, ossia- direbbe Jung- archetipico. L’archetipo, equivalente dell’istinto sul piano psichico, raggruppa in immagini e in forme tipiche la nostra esperienza del mondo, ed emerge ogniqualvolta un fatto o un evento di tipo simbolico accadono, provocando l’impressione del senso e della “sincronicità”. Proprio grazie al confronto con le scoperte della fisica quantistica, questo concetto centrale nella psicologia junghiana- l’archetipo- ha subito una importante evoluzione negli ultimi anni del suo pensiero. Nelle Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche infatti si affaccia per la prima volta l’idea dell’archetipo “psicoide”, dalla natura cioè ibrida tra il fisico e lo psichico. Ma il fisico di cui Jung parla riguardo all’archetipo è prettamente quello delle particelle elementari e della fisica quantistica. Essendo l’archetipo un fattore psicoide, ossia dalla natura pseudo-psichica, una sorta di anello di congiunzione tra la psiche e la materia, è allora naturale che esso si possa esprimere contemporaneamente in forma sia materiale (come evento esterno) che psicologica (come stato d’animo, evento interiore, sogno eccetera). Casi, quelli fin qui esposti, comunque molto rari se non eccezionali. Proprio per ovviare alla mancanza di materiale sperimentale Jung pensò di intraprendere una ricerca astrologica. Lo psichiatra svizzero considerava l’astrologia insieme all’I-Ching come una scienza prettamente intuitiva, ricca di materiale simbolico e archetipico e quindi ovviamente collegata all’accadere di possibili fenomeni di sincronicità. Jung cercò di esaminare il rapporto tra il tema di nascita e il matrimonio, con lo scopo di verificare se e con quale probabilità le indicazioni astrologiche di attrazione interpersonale (come i rapporti Sole-Luna, Venere-Marte, e di questi pianeti con l’asse Ascendente-Discendente) si rivelassero valide. Perché ciò avvenisse, occorreva che questi rapporti angolari (Jung esaminò soltanto la congiunzione e l’opposizione) si verificassero con maggiore frequenza nell’ambito delle coppie sposate piuttosto che all’interno del gruppo di controllo, con un insieme di temi accoppiati a caso. La dispersione dei risultati era inevitabile, vista la grande complessità psicologica del matrimonio, tuttavia un qualche tipo di risultato poteva, a grandi linee, essere trovato. Jung esaminò in totale 483 matrimoni, dunque 966 temi natali, e i risultati furono elaborati non tutti insieme, bensì in tre gruppi successivi. In ognuno di questi gruppi emerse un dato molto interessante, ossia che le configurazioni più frequenti erano quelle classiche dell’attrazione amorosa nella tradizione astrologica: la congiunzione Sole-Luna, quella Luna-Luna e quella Luna-Ascendente. La frequenza era all’incirca doppia rispetto a quella casuale. Tuttavia, esaminando i risultati nel loro insieme, queste frequenze si disperdevano in misura notevole, lasciando pensare che numeri molto grandi avrebbero eliminato del tutto, o comunque notevolmente appiattito, le configurazioni che erano emerse. Naturalmente manca la controprova. Sta di fatto che i risultati raggiunti erano significativi, ma non al punto da diventare inoppugnabili. Soprattutto, il fenomeno della dispersione dei risultati, più alta mano a mano che si ingrandiva il campione di dati, spinse Jung alla convinzione che uno stato di grande attesa e interesse per il risultato finale fosse indispensabile per la riuscita finale dell’esperimento. Questo interesse infatti avrebbe il potere di attivare l’inconscio e provocare un abaissement de niveau mental, con la conseguente entrata in scena dell’archetipo e l’ordinamento dei risultati in base alle attese dell’inconscio. Poiché il matrimonio mistico tra il Sole e la Luna, tra il Maschile e il Femminile è uno degli aspetti archetipici più potenti della psiche, è plausibile pensare che l’inconscio ricerchi un risultato favorevole nella frequenza di questi aspetti. Sta di fatto che Jung ha legato i risultati favorevoli della sua ricerca non tanto all’esistenza di una “sincronicità astrologica”, quanto al fenomeno archetipico della congiunzione tra il maschile e il femminile. Potremmo chiederci a questo punto quanto la sincronicità di Jung sia compatibile con una spiegazione delle corrispondenze astrologiche. E’ vero che in astrologia un dato fatto esterno (il passaggio di un pianeta) può correlarsi con una situazione psicologica interna, così come un avvenimento (fatto esterno) può correlarsi ad un evento dal significato mitico o archetipico (sempre il passaggio di un pianeta). Questa corrispondenza tra piano interno-psicologico-mitico e piano esterno-effettivo rientra perfettamente nella definizione fatta da Jung della sincronicità. Ma la sincronicità per come la intende Jung è un fenomeno raro che può verificarsi soltanto in situazioni ben precise: queste situazioni devono essere cariche di significato emotivo per chi le vive, devono avere uno sfondo fortemente simbolico e inoltre deve esserci tipicamente un abaissement de niveau mental (cioè un abbassamento del livello di coscienza) per permettere l’irruzione dell’archetipo sulla scena. Verosimilmente, inoltre, deve accumularsi una grande quantità di energia prima dell’evento sincronistico perché l’archetipo possa manifestarsi in forma psicologica e fisica nello stesso tempo. Una serie di circostanze senz’altro possibili ma non così frequenti, e di certo non compatibili con la regolarità delle corrispondenze astrologiche. Quando esaminiamo un transito ad esempio sappiamo bene che non è necessario alcun abbassamento del livello di coscienza perché si verifichi un evento corrispondente al transito, né che la situazione si carichi di emotività e nemmeno che abbia un evidente significato archetipico. Sempre che naturalmente non si voglia ammettere che tutto è archetipico. Anche senza volerci basare interamente sull’esperienza di astrologi, le stesse ricerche statistiche di (o dei) Gauquelin, per quanto inefficaci in alcuni punti e interpretate in maniera errata dal loro autore , hanno dimostrato ampiamente come la corrispondenza astrologica sia un fenomeno costante e tutt’altro che episodico. Sia queste ricerche sia l’esperienza personale di ogni astrologo mettono in luce quanto il fenomeno della sincronicità astrologica sia continuamente presente su vasta scala, in modo molto più ampio di quanto immaginato da Jung. La correlazione tra posizione fisica di un astro, il suo significato simbolico e gli eventi “umani” è sicuramente un atto di sincronicità, ma è già una sincronicità di genere piuttosto diverso da quella teorizzata dal fondatore della psicologia analitica. Qui, il coinvolgimento e l’attesa emotiva non cambiano assolutamente nulla: gli eventi astrologici avvengono anche per chi non ha il minimo interesse nella materia, né la conoscenza dei transiti o delle direzioni che stanno per avvenire cambia la natura e l’intensità delle esperienze attese. Il fenomeno della sincronicità è allora molto più diffuso di quanto Jung credesse, o meglio è soltanto una parte, quella più manifesta ed evidente, di un sincronismo sottile e presente su vastissima scala. Lo stesso Jung lo aveva intuito, ed era “incline a supporre che la sincronicità nel senso più stretto non è che un caso particolare del generale coordinamento acausale, e precisamente quello dell’omogeneità di processi psichici e fisici ”. Uno dei casi più eclatanti di questo coordinamento nella fisica quantistica prende il nome di entanglement.

§ 3. L’entaglement quantistico.

Si tratta in sostanza della scoperta che una volta che una particella elementare abbia interagito con un’altra, le due entità si “legano” e conservano questo legame per sempre, indipendentemente dalla distanza di tempo e di spazio che poi le separerà. Questa proprietà è nota come “non-località”, ed è indubbiamente una delle più sorprendenti delle particelle elementari. L’esperimento EPR, così chiamato dalle iniziali di chi lo propose nel 1935 (Einstein, Podolski e Rosen) può forse chiarire meglio questa strana proprietà. Nella mente dei tre ideatori- soprattutto di Einstein, da sempre restio ad accettare le stranezze della fisica quantistica- esso doveva servire soprattutto per confutare il principio di indeterminazione di Heisenberg, ma finì con l’assumere significati totalmente diversi. Esso prevede di prendere due particelle in un cosiddetto stato singlet, nel quale cioè le loro rotazioni si annullano fino ad ottenere una rotazione totale di zero. Prendiamo ad esempio due fotoni. Essi sono legati, ad esempio perché vengono originati dallo stesso atomo: gli si permette dunque di separarsi e di viaggiare per una certa distanza. Si misura poi lo stato di rotazione di una delle particelle lungo una qualche direzione (le particelle possono ruotare su o giù lungo tre assi: x, y e z). Supponiamo che la particella ruoti nella direzione “su” lungo l’asse “z”. Poiché le rotazioni delle particelle devono annullarsi, la rotazione dell’altra particella deve per forza essere “giù” lungo lo stesso asse. Questo in effetti accade. Ogni misurazione effettuata su una particella provoca un risultato complementare nella misurazione dell’altra. La misurazione di un parametro della particella A non rivela soltanto un parametro complementare della particella B: essa in realtà lo provoca. E’ come se vi fosse una trasmissione istantanea di informazioni tra le due particelle, sul parametro che si sta misurando. E’ come se la particella B sapesse quando, per quale parametro e con quale risultato venisse osservata la particella A, e si regolasse di conseguenza. Va ricordato infatti come una particella elementare, fino a quando non viene osservata, sia in una quantità contemporanea di stati sovrapponibili. Non si tratta quindi soltanto di misurare uno stato complementare della particella B rispetto alla A, ma di farla “materializzare” nello stesso tempo con le stesse condizioni. Gli esperimenti eseguiti nei primi anni 70 e poi di nuovo negli anni successivi hanno permesso di appurare che questo effetto, o questa trasmissione di informazioni, si trasferisce da una particella all’altra con una velocità incredibile, fino a ventimila volte maggiore di quella della luce, considerata a lungo la soglia limite non superabile. Nel 1972 i fisici statunitensi John Clauser a Stuart Freedman studiarono la correlazione tra una coppia di fotoni emessi da un atomo di calcio eccitato ad alti livelli di energia, dimostrando per la prima volta in maniera convincente come l’entanglement tra particelle fosse reale e scientificamente certo. Nel 1982 Alain Aspect ripeté questo esperimento con i fotoni emessi dagli atomi di calcio, ottenendo risultati ancora più sorprendenti. In questo esperimento i due fotoni emessi dagli atomi di calcio venivano convogliati e “sparati” verso rilevatori lontani l’uno dall’altro. Inoltre lungo il percorso si trovavano dei filtri che deviavano la traiettoria dei fotoni. Incredibilmente, ogni volta che un fotone deviava dalla sua traiettoria anche l’altro effettuava una deviazione simile, senza alcuna ragione fisica che lo spiegasse se non questa connessione sincronica e non-casuale. Ancora, nel 1997 il fisico svizzero Nicolas Gisin replicò l’esperimento misurando la connessione dei fotoni emessi da un particolare tipo di cristallo, il borato di bario, eccitato da un Laser, e ponendo i rilevatori a 11 chilometri di distanza. Anche in questo caso, l’effetto di entanglement è stato confermato. La trasmissione di informazioni tra le particelle è indipendente dalla distanza a cui esse si trovano, dunque non dipende dallo spazio e dal tempo. In pratica, se una coppia di particelle si trova legata nello stesso sistema di coordinate, essa manterrà per sempre questo legame, trasmettendosi informazioni indipendentemente dalla distanza alla quale si trova. A ben vedere però tra le due particelle non passa alcun tipo di informazione. La verità è che le due particelle si comportano come se non fossero mai state separate: anche se si trovano in due luoghi lontani, esse rimangono anche nello stesso luogo. E’ questa la natura della non-località. Anche gli esprimenti di “teletrasporto” effettuati in questi ultimi anni sono giunti alla stessa conclusione. Questi esperimenti sono molto complessi e forse non è questo il luogo adatto in cui esporli estesamente, ma il “succo” della questione è che si è dimostrato di poter modificare lo stato quantico di una particella B, legata ad un’altra A, facendo interagire quest’ultima con una ulteriore particella che possiamo chiamare C. In questo modo lo stato della particella C viene come “teletrasportato”- di qui il nome dell’esperimento- a B, senza che vi sia alcuna interazione diretta tra di loro. Questo effetto di teletrasporto è dovuto di nuovo al fatto che le due particelle A e B sono tra loro entangled, per cui qualunque modifica a una si trasmette automaticamente all’altra, ed è stato ottenuto non soltanto tra singole particelle, ma anche tra ioni e poi tra interi raggruppamenti di atomi. Siamo di fronte a una forma di sincronismo non mediato da alcuna forza fisica attualmente conosciuta, in maniera molto simile a quanto accade in astrologia. Un altro esempio di questo misterioso sincronismo fu scoperto proprio da Wolfgang Pauli, che collaborò poi a lungo con Jung alla ricerca della connessione profonda tra psicologia e fisica. Pauli fu lo scopritore del “principio di esclusione”, per il quale ricevette il premio Nobel nel 1945; in base a questo principio, non è possibile che nell’atomo siano presenti due elettroni con gli stessi “numeri quantici”, e se due elettroni sono sullo stesso piano orbitale devono avere per forza rotazione (cioè “spin”) opposta. Questa disposizione non avviene in base a meccanismi causali, ma bensì in base a una sorta di “conoscenza a priori”, come per una danza astratta in cui ogni particella sappia istantaneamente in quale posizione disporsi. Altre caratteristiche delle particelle elementari sono altrettanto interessanti e ricche di spunti per le loro possibili implicazioni nei fenomeni di corrispondenza astrologica. In fisica quantistica è l’intera natura dello spazio, oltre a quella della qualità della materia, ad essere strettamente intrecciate ed entrambe in forte discussione. La localizzazione di un corpo non si presenta come una questione chiara, come nella vecchia fisica newtoniana: anch’essa è probabilistica. Prima di essere misurata una particella non ha una posizione precisa. Le “funzioni d’onda” con cui si descrivono le particelle in questo tipo di fisica non hanno un preciso posizionamento: anzi in realtà ce l’hanno, soltanto che è parecchio ampio. Ogni funzione d’onda si estende per tutto lo spazio, nell’intero Universo, anche se la localizzazione probabile della singola particella è all’interno di uno spazio definito e piuttosto ristretto. Oltre a essere una particella dunque un elettrone- ad esempio- è un’onda, la cui estensione comprende l’intero Universo. E anche per tutte le altre particelle, dai protoni ai neutroni, si può dire lo stesso. Al giorno d’oggi nessuno sa che cosa sia in realtà la funzione d’onda di un elettrone, se sia cioè un artificio matematico o teorico per spiegarne le proprietà o se siano piuttosto l’elettrone stesso. Si può dire però che funziona molto bene. Se questa teoria è corretta, la nostra concezione dello spazio va totalmente modificata. E’ come se ogni corpo non occupasse una direzione precisa, ma fosse come “spalmato”, sparso in ogni luogo. L’Universo quantistico è non-locale. Anche i fenomeni di entanglement ci descrivono la stessa situazione, vista da un’altra angolatura. Come spiega il fisico Brian Greene, “lo spazio non può più essere concepito come in passato: qualunque sia la distanza interposta, questa non garantisce che due corpi siano distinti, dato che per la meccanica quantistica tra i due vi potrebbe essere una sorta di correlazione, di legame ”. Secondo la concezione della meccanica quantistica, ormai confermata sperimentalmente, “la connessione tra due particelle può permanere anche se queste si trovano agli estremi opposti dell’Universo ”. Come ciò praticamente avvenga rimane un mistero. Non c’è infatti alcuna trasmissione di una forza fisica riconosciuta tra le due particelle. E non c’è nemmeno bisogno che esse abbiano la stessa origine per essere poi perpetuamente “legate”. Sta di fatto che “due oggetti possono essere separati da un’enorme quantità di spazio e, ciò nonostante, non avere un’esistenza del tutto indipendente”,”lo spazio […] non è in grado di annullare la loro interconnessione ”. Di fatto le due particelle non si sono mai separate: lo spazio che le divide è un’apparenza, un’entità del tutto illusoria. Le particelle stesse vengono descritte in questa fisica come funzioni d’onda, e possiamo davvero immaginarle come le increspature- le onde- di un mare mosso dal vento. La loro posizione è virtuale, ed esse sono presenti in tutte le singole increspature, fino a quando non vengono misurate. Soltanto a quel punto esse sembrano “scegliere” una posizione precisa. Il punto in cui l’onda è più alta sembra indicare la posizione nella quale la particella è poi effettivamente più presente, ma non di rado essa può assumere altre posizioni, in maniera apparentemente casuale. Questi non sono eventi rari: sono la norma. Posizione delle particelle a parte, è la loro natura stessa a lasciare perplessi. Più si scende alla radice, verso la loro “essenza”, e più le particelle appaiono entità ibride tra onde (energia-psiche) e materia, ed è noto a questo proposito il comportamento della luce, che appare di natura chiaramente mista, corpuscolare e ondulatoria insieme. Siamo dunque in presenza di un sincronismo che può unire regioni lontanissime tra di loro nello spazio e nel tempo, e di una materia che alla radice appare una forma di energia priva di localizzazione precisa, bensì presente ovunque e in nessun luogo (in quanto virtuale).

§ 4. Tra Microfisica, biologia e psicologia.

Queste qualità della materia, lungi dall’esaurirsi nella scala dell’infinitamente piccolo, hanno effetti importanti anche su altri livelli, da quello biologico fino a quello psicologico. La biologia quantistica, la disciplina che studia l’effetto dei fenomeni quantistici negli esseri viventi, è soltanto agli albori ma le sue prospettive appaiono molto promettenti. A titolo di esempio ricordiamo l’esperimento svolto dai fisici Cornell, Ketterle e Wieman che ha fruttato loro il premio Nobel nel 2001, nel quale hanno dimostrato che in determinate condizioni particelle e atomi apparentemente separati si compenetrano come onde. Ad esempio gli atomi di rubidio e sodio non si comportano come particelle classiche bensì come onde quantiche, penetrando all’interno dei condensati e formando onde di interferenza. Negli anni 90 il fisico Roger Penrose e il neurobiologo Stuart Hamenoff avevano invece elaborato una teoria, ad oggi non dimostrata, che postula come il funzionamento del cervello sia in parte collegato a fenomeni di entanglement che avverrebbero all’interno dei microtubuli. Si tratta di una teoria estremamente complessa che per spiegare il fenomeno della coscienza tira in ballo le connessioni non-locali e la gravità quantistica, e che in questa sede è impossibile esporre per esteso. Tuttavia la sua portata rivoluzionaria è tale che è impossibile ignorarla. In base ad essa ogni neurone del nostro cervello sarebbe istantaneamente connesso agli altri tramite fenomeni di entanglement localizzati nei microtubuli; ovviamente questo significa anche che il nostro cervello può collegarsi a molti altri, sempre tramite connessioni non-locali tra particelle. Addirittura secondo l’equipe del biofisico russo Peter Gariaev il Dna stesso controlla ogni processo metabolico tramite connessioni non-locali. I cromosomi del Dna emetterebbero biofotoni responsabili dell’innesco di reazioni biochimiche tra le cellule, vere e proprie guide per la formazione della struttura biologica. I cromosomi avrebbero la capacità di emettere radiazioni laser (costituite appunto da biofotoni) e di trasformarle in onde radio, il tutto attraverso connessioni fondate sull’entanglement, dunque sulla polarizzazione coordinate tra particelle. Questa informazione verrebbe trasmessa in tempo reale a tutto l’organismo, sempre tramite processi basati sull’entanglement. L’equipe di Gariaev ha dimostrato che la molecola di Dna, opportunamente stimolata, reagisce alle stimolazioni elettromagnetiche tramite onde solitoniche, il tutto in maniera non-locale. Senza voler entrare ulteriormente nei dettagli di una argomento estremamente complesso, vogliamo sottolineare la straordinaria importanza di questa nuova visione. Essa permette infatti di ipotizzare che il materiale genetico di un organismo vivente formi un ologramma in cui ogni unità cromosomica funge da biochip, che emette e riceve simultaneamente tutto l’insieme di informazioni riguardanti l’esistenza nello spazio e nel tempo di quell’organismo, organizzandole in un “testo”, scritto con lettere corrispondenti alle basi nucleotidiche. Soprattutto permette di ipotizzare che il Dna funzioni come una vera e propria antenna basata sui meccanismi dell’entanglement, in grado di interagire non solo con l’ambiente circostante ma anche, probabilmente, con il Cosmo nel suo complesso. La biologia quantistica ci raffigura un organismo in rapporto dinamico continuo con il suo ambiente, con il quale scambia una grande quantità di informazioni sia a livello biologico che psichico. Il concetto di ambiente peraltro si allarga a dismisura: grazie all’entanglement potremmo comunicare con particelle poste a una distanza infinita da quelle che costituiscono il nostro corpo e la nostra psiche. Ma le conseguenze dell’entanglement potrebbero essere ancora più importanti sul piano psichico se è esatta la supposizione di Jung e Pauli, secondo i quali “esiste non solo la possibilità ma addirittura una certa probabilità che materia e psiche siano due aspetti diversi della stessa cosa .” In questo senso, l’archetipo sarebbe l’equivalente psichico delle particelle elementari sul piano fisico. Molte cose li accomunano, in primo luogo la capacità di mostrarsi in qualità fisica o energetico-psicologica a seconda delle situazioni e delle circostanze. Questo si evince nel caso delle particelle elementari dalla loro duplice natura corpuscolare e ondulatoria, nel caso degli archetipi dal loro carattere “psicoide” che permette il verificarsi dei fenomeni di sincronicità descritti da Jung. Inoltre, tanto l’archetipo quanto le particelle elementari esprimerebbero sia la dynamis, l’energia intrinseca alla materia e alla psiche, sia la qualità ordinatrice che tanto la psiche quanto la materia hanno in comune. Ricordiamo ad esempio come nella psicologia di Jung la massima espressione archetipica di evoluzione sia “la convergenza in un centro e la disposizione radiale, di regola secondo un sistema quaternario ”, e che la disposizione delle particelle subatomiche intorno al centro avviene in maniera sincronistica in base al principio di Pauli, in maniera stranamente convergente con le rappresentazioni psicologico-archetipiche dell’inconscio. Tirando le somme, questo farebbe presumere l’esistenza di una “psiche latente” nell’Universo, con cui potremmo essere costantemente in contatto grazie all’entanglement, indipendentemente dalla distanza a cui essa sia posta. Questa psiche sarebbe costituita dai famosi archetipi, che attraverserebbero lo spazio in forma direi “pre-materiale”, orientandone l’evoluzione e lo sviluppo in senso sia psicologico sia fisico-cosmologico.

§ 5. Un’astrologia quantistica.

Potrebbe esistere dunque una rete invisibile e universale di particelle collegate tra di loro dall’entanglement, una forma di sincronicità molto più ampia e capillare di quella per così dire “junghiana”. E nell’interpretazione di questo genere di sincronicità l’astrologia potrebbe rivestire un ruolo importantissimo. Le stelle e i pianeti, soprattutto i giganti gassosi, hanno infatti grandi masse e quindi una quantità infinita di particelle, che interagiscono continuamente con quelle di cui noi esseri viventi siamo formati. Le in-formazioni trasmesse da queste particelle, attraverso l’interazione delle funzioni d’onda, veicolerebbero contenuti tanto fisici quanto psicologici, in modo che la vita dell’intero Cosmo potrebbe essere sostanzialmente coordinata. Anche le stelle più lontane potrebbero in questo senso “influire” su di noi: la distanza infatti non ha, sul principio di sincronicità, il benché minimo effetto. Inoltre, nella fisica attuale il vuoto è considerato in realtà come un luogo tutt’altro che vuoto, dato che ospita probabilmente un continuo ribollire di particelle in costante formazione e annichilimento. In questa nuova concezione il vuoto potrebbe essere in realtà un ottimo strumento di collegamento tra particelle reciprocamente legate da entanglement in costante movimento. Il punto vero è che, in realtà, se la teoria del Big Bang è corretta- e pare proprio che lo sia- tutta la materia esistente era in principio riunita in un unico punto del Cosmo, in uno stato di interazione reciproca. Non si vede dunque perché non sia possibile che questa interazione continui ancora oggi, indipendentemente dalla distanza che nel frattempo si è creata. La distanza in questo caso potrebbe non contare assolutamente nulla: nella sua natura di onda-energia infatti la micro-particella, come abbiamo già visto, è ovunque, è non locale. Quella sorta di entanglement universale che si verrebbe a creare se queste speculazioni avessero un fondamento sta iniziando a solleticare la mente di fisici quantistici di prestigio. Possiamo citare a questo proposito l’inglese John Gribbin, ma anche gli statunitensi Menas Kafatos e Robert Nadeau, che in maniera molto chiara sostengono come “virtualmente qualunque cosa nel nostro ambiente fisico immediato è fatto di quanti che hanno interagito in questa maniera con altri quanti dal Big Bang al momento attuale […] se questo è il caso, l’Universo a un livello molto basico potrebbe essere una vasta rete di particelle, che rimangono in contatto tra loro su tutte le distanze e in tempo zero e in assenza di trasferimento di energia e di informazione ”. Alcuni invece sosterranno a questo punto che sono tutte fantasie, perché la decoerenza quantistica ha spiegato in maniera convincente come non sia possibile la riproduzione di fenomeni quantistici su scala macroscopica. Quella della decoerenza è una teoria utilizzata in fisica per spiegare perché nei sistemi macroscopici non riscontriamo alcuni effetti tipici dei sistemi microscopico-quantistici, come ad esempio la sovrapposizione di stati quantistici distinti. Secondo la teoria della decoerenza, i fenomeni della fisica quantistica possono avvenire soltanto in sistemi isolati. L’interazione di ogni sistema quantistico con “il mondo” causa un interferenza che provoca immediatamente il collasso della funzione d’onda, e con esso le prerogative di non-località delle micro particelle. Nel Cosmo potrebbero esserci ad ogni modo molti sistemi isolati in “nicchie” o in condizioni fisiche particolari che li proteggono dalla decoerenza. Inoltre, bisognerebbe capire se la decoerenza sia in grado di annullare del tutto i rapporti di entanglement tra le varie particelle. Al momento questo non si sa ed esistono pareri molto contrastanti al riguardo. Tuttavia, almeno in linea di principio, appare plausibile che una forma di connessione globale possa permanere, anche in presenza della decoerenza quantistica. Se tutto questo è plausibile e se la connessione universale esiste, sarebbe evidente come gli astri potrebbero funzionare da vere e proprie stelle polari, punti cardinali celesti per orientarsi nel complesso intreccio delle spinte e delle istanze sincronistiche. Lungi dall’avere influenze causali secondo la fisica tradizionale, essi sarebbero sostanzialmente indicatori simbolici di sottostanti influenze sincronistiche, secondo la concezione di Plotino riveduta e corretta grazie alle più recenti scoperte scientifiche. Quando osserviamo un tema natale abbiamo di fronte una mappa di potenzialità, una funzione d’onda non ancora collassata, un insieme di particelle che non hanno ancora deciso a quale livello diventare materia. Abbiamo soltanto un insieme di archetipi o di materia allo stato virtuale, il che è come dire la stessa cosa. A un livello quantistico infatti non esiste né la materia né la psiche o spirito ma soltanto pacchetti di energia di diverso tipo che diventano materia soltanto nel momento in cui vengono osservati. E l’astrologia lavorerebbe proprio a un livello – quello della fisica quantistica – nel quale tutto è ancora relativamente indeterminato e probabilistico: sarebbe per definizione una “astrologia quantistica”. In una astrologia di questo tipo scomparirebbe la falsa distinzione tanto in voga tra evento materiale e psiche, visto che entrambi hanno la stessa e unica radice profonda. Verrebbe inoltre enormemente enfatizzato il ruolo della coscienza, che da sola avrebbe la capacità di far collassare la funzione d’onda (vedi in proposito l’illuminante esperimento delle due fenditure) e quindi modificare in maniera profonda le predisposizioni archetipiche indicate nel tema natale. Verrebbe infine profondamente rispettata la natura del simbolo, che può esprimersi a vari livelli e su varie forme, nello stesso modo in cui la posizione di una particella fin quando questa non viene osservata è indeterminata e presente contemporaneamente in più posizioni diverse. In altre parole, le previsioni falliscono per la natura stessa dell’astrologia. Il futuro e la personalità si dipanano in tante diverse possibilità e direzioni a partire dallo stesso seme e dallo stesso simbolo. E a questo dobbiamo aggiungere gli errori degli astrologi… Ma nonostante queste limitazioni l’astrologia rimarrebbe pur sempre l’unica mappa per orientarsi nelle leggi dell’entanglement universale. Non è un privilegio da poco.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E INTERNET C.G. Jung, La sincronicità come principio di nessi acausali, Ed. Boringhieri. C.G. Jung, Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche, Ed. Boringhieri. C. Meier, Il carteggio Pauli-Jung, Ed. Il Minotauro. M.L. Von Franz, Psiche e materia, Ed. Boringhieri. (a cura di) A. Carotenuto, Trattato di psicologia analitica, Ed. Utet. A. Carotenuto, Jung e la cultura del XX secolo, Ed. Bompiani. P.F. Pieri, Dizionario Junghiano, Ed. Boringhieri. L. Greene, La relazione interpersonale, Ed. Astrolabio. A. Barbault, La scienza dell’astrologia, Ed. Nuovi Orizzonti. B. Greene, La trama del Cosmo, Ed. Einaudi. C. Bruce, I conigli di Schrodinger, Ed. Raffaello Cortina. M. Kafatos e R. Nadeau, “The Non-local Universe”, Ed. Oxford University Press. M. Teodorani, Entanglement, Ed. Macro. M. Teodorani, Sincronicità, Ed. Macro. E. Laszlo, La scienza e il campo akashico, Ed. Urra. E. Laszlo, Risacralizzare il Cosmo, Ed. Urra. R. Penrose, La mente nuova dell’imperatore, Ed. Rizzoli M. Gauquelin, Dossier delle influenze cosmiche, Ed. Astrolabio. M. Gauquelin, L’uomo e gli astri, Ed. Astrolabio. Tolomeo, Tetrabiblos, Ed. Arktos. Plotino, Enneadi, Ed. Mondandori. O.P. Faracovi, Scritto negli astri, Ed. Marsilio. J. Tester, Storia dell’astrologia occidentale, Ed. Ecig (a cura di) Carlo Colombero, Uomo e natura nella filosofia del Rinascimento, Ed. Loescher www.quantumbiosystems.org www.biophysica.com www.whatthebleep.com

www.penisa.pl www.leczenie-grzybicy.pl www.candida-albicans.org